

Sig. Presidente, Onorevole Rappresentante del Segretario Generale, Onorevoli Delegati:
Ho voluto essere qui oggi soprattutto per rendere riconoscenza e per sottolineare l'importanza del compito nel quale vi siete impegnati in queste settimane: la definizione dello Statuto di una Corte Penale Internazionale. Credo che si possa dire che mai, dalla adozione del loro Statuto a San Francisco, le Nazione Unite si erano impegnate in un'impresa cosí ambiziosa ma ineludibile: ambiziosa e senza precedenti, tenendo conto del valore morale, piú che politico, della posta in gioco, e della ampia partecipazione di Stati Membri, nonché dell'attenta partecipazione dell'opinione pubblica di tutti i paesi.
Non dubito che, a prescindere da qualsiasi interesse o posizione che voi legittimamente rappresentiate a nome dei vostri governi, ciascuno di voi è consapevole della propria personale responsabilitá davanti alla storia ed al mondo intero. A nessuno di voi puó sfuggire il senso della posta in gioco, che è la legittimazione dell'esistenza stessa delle Nazione Unite e del loro potere di imporre norme e principii che rispondano alla maturitá dei tempi ed ai mutamenti di grande respiro verificatisi negli ultimi anni. Voi certamente avvertite anche la responsabilitá che avete nei confronti delle generazioni future, perché possano godere dei loro diritti e garanzie individuali e collettivi senza dover attraversare le tragiche prove che sono state imposte alle generazioni che le hanno precedute nel nostro secolo.
Questo è un altro motivo per cui siamo convinti che, in questa fase conclusiva, sia essenziale che il Segretario Generale delle Nazioni Unite continui nel suo impegno personale, con tutta la sua autoritá e con il peso del suo ruolo, e che porti un contributo capace di portare le vostre deliberazioni al successo.
È comprensibile che siano emerse difficoltá. Voi state lavorando per rendere solidale una comunitá internazionale, e per far si' che essa sia sottoposta alla prevalenza dei valori degli individui delle persone. In taluni casi le situazioni ci costringono a superare i limiti storici di una sovranitá propria degli stati-nazione. L'istituzione della Corte impedirá che la sovranitá nazionale venga sfruttata come riparo dietro il quale poter perpetrare violenze e crimini vergognosi; la Corte sará in questo sostenuta da tutte le garanzie che la Conferenza sta negoziando: garanzie che si riferiscono alle procedure, norme e poteri che sono necessari soprattutto quando si ha a che fare con le potenti prerogative degli Stati. Per tutelare i diritti umani, è necessaria una giurisdizione internazionale che sovrasti la giurisdizione nazionale, e che superi le garanzie interne dello Stato per arrivare a garanzie contro lo Stato.
La Corte sta aprendo la strada verso un riconoscimento legale piú ampio dei diritti umani. L'ampiezza e l'intensitá del dibattito sui diritti umani cresce costantemente. Ed è talmente cresciuto che adesso coinvolge tutte le nazioni del mondo in uno spirito di globalizzazione. Ed è cosí intenso il dibattito che è diventato il piú alto di tutte le istituzioni internazionali a partire dalla piú universale di esse.
L'equilibrio vitale che deve essere raggiunto fra le prerogative nazionali e le esigenze internazionali non puó tuttavia prevaricare sull'indipendenza, l'autoritá e l'efficacia dell'Istituzione che si sta creando qui a Roma. Ció è qualcosa che la nostra coscienza non puó consentire che accada. Non possiamo acconsentire che ció accada sotto gli occhi della Comunitá Internazionale che, nell'era della comunicazione globale ed istantanea, sta vivendo in un clima senza precedenti di interdipendenza e di consapevolezza generale. La ruota della storia, dopo la pace bloccata che era stata imposta dalla guerra fredda, ha ripreso il suo corso lungo una via disseminata di conflitti, di nuove forme di intolleranza e di rivalitá politiche, etniche e culturali perfino qui nel cuore dell'Europa, dove noi credevamo fossero state seppellite per sempre. I conflitti esplodono nelle forme piú perverse: conflitti che ignorano anche le leggi tradizionali di guerra, e che rivelano l'esistenza di sentimenti di ferocia e di brutalitá inammaginabili. Sono fatti che sono costantemente sotto gli occhi di tutti e che feriscono la sensibilitá di ciascuno di noi.
Troverete questi sentimenti e queste attese nella manifestazione pubblica che è in programma per questa sera: essa non è sicuramente intesa a manifestare mancanza di fiducia nei vostri confronti. Al contrario, è intesa a spronarvi a portare a compimento il vostro lavoro, ed a guardarlo con una visione che vada oltre le ristrettezze di questo negoziato in corso.
Il dibattito è ora in una fase cruciale, in cui il successo o il fallimento sono appesi ad un filo, in cui la riuscita del lavoro compiuto dipende dall'atteggiamento costruttivo di tutti i partecipanti. Una esigenza incoercibile di giustizia è nata dopo troppi conflitti, da Norimberga alla ex-Yougoslavia, ma in tutte le circostanze, questa esigenza è stata soddisfatta solo in parte, e molto imperfettamente. Solo adesso sará possibile arrivare ad una risposta adeguata alla lezione che ci viene lasciata dal secolo che sta per finire.
Io vi esorto, alla vigilia di decisioni cruciali: il tempo della riflessione e delle mediazioni sta per finire. Come in qualsiasi altra trattativa internazionale ci sono alcuni paesi - fra i quali l'Italia - che fin dall'inizio hanno perseguito un progetto alto e ambizioso. Lo abbiamo fatto tenendo conto delle attese dell'opinione pubblica e delle sfide del prossimo secolo. Ma ci siamo anche resi conti con realismo della necessità di considerare le ragioni degli altri, la necessità di cercare un compromesso accettabile senza distruggere l'essenza di una innovazione così importante. Questo ci ha ispirato quando abbiamo definito i crimini che ricadono sotto la giurisdizione della Corte, la complementarietà tra tribunali nazionali e Corte Internazionale, i poteri autonomi del procuratore nell'avviare iniziative processuali, ed il rapporto tra la Corte ed il Consiglio di Sicurezza.
A questo punto desidero esprimere i miei sinceri ringraziamenti per tutte le pazienti mediazioni che fino ad ora sono state operate per produrre una bozza di testo che rispetti il contributo di tutti.
Ma sabato prossimo in Campidoglio noi firmeremo lo Statuto della nuova Corte. Dovrà essere un documento che non sia passibile di emendamenti e che gli stati vengano invitati a ratificare secondo le loro procedure nazionali, sperando che lo facciano presto. Uno Statuto, e non semplicemente un document finale del lavoro svolto nelle cinque settimane scorse.
Anche se lo Statuto dovrà essere successivamente ratificato in base alle norme di ciascun paese, dovrà tuttavia essere firmato dai rappresentanti di tutti i paesi convenuti qui a Roma, a testimoniare con evidenza che è il risultato del contributo di tutti. Solo in questo modo la cerimonia del 18 luglio in Campidoglio potrà segnare un passo avanti fondamentale nella storia delle Nazioni Unite, per una nuova forma di coesistenza internazionale.
Non possiamo lasciar sfuggire dalle nostre mani questa occasione.
Sarà l'ultima possibilità che ci viene offerta! Il mondo
non ci perdonerà mai.